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MAGGIOLINO : I MIGLIORI SE NE VANNO PER PRIMI.... |
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| 30.07.2003 UN MINUTO DI SILENZIO | |
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I
piedi avanti e le mani in alto, guido sfiorando il new jersey del Grande
Raccordo Anulare e mi sporgo per sentire l’eco del suono delle due
marmitte un po’ arrugginite. Lascio una certa distanza fra me e la
macchina che mi precede in vista dei sottopassi, per poter dare una
bella sgasata e tirare la marcia bassa, godendo così del bel
suono metallico che rimbomba nella cavità di cemento e asfalto. La
temperatura è alta, all’interno dell’abitacolo del mio maggiolino
messicano. Non c’è aria condizionata e il ventilatore non ho capito
ancora dov’è, il
deflettore triangolare incanala l’aria verso di me ma il guscio di
autentico acciaio messicano che mi sovrasta si è arroventato sotto il
sole di una estate romana africana, quella del 2003. Le
cinture di sicurezza, obbligatorie come quasi tutto, c’entrano poco o
niente con questa macchina, e infatti regolarmente si intrecciano, non
scorrono, mi stritolano appena mi sporgo per vedere se “ci passo”
tra due file di macchine, con questi ingombranti parafanghi, quando ogni
tanto mi muovo anch’io. Sono costretto a circolare fuori dal
cosiddetto “anello ferroviario”, ossia il limite pressoché
immaginario di un ghetto voluto da "V***troni e i 40
pizzardoni" dove esistono solo auto catalitiche e a norma: di
legge, di bollino blu e di rate da pagare. Un giorno metteranno i metal
detector ai varchi del centro storico, così passeranno solo scooter e
auto di plastica. Il maggiolino è la mia macchina del tempo. E’ quello che sarebbe una moto se avesse quattro ruote. E’ la quattro ruote di chi ama le due ruote. Quelle Kustom. Non puoi avere un maggiolino (o un maggiolone) senza pensare dopo poco di personalizzarlo. Io per esempio ho in mente tante cose, che prima o poi farò. Per il momento ho cambiato i fanali posteriori con altri, presi per un pugno di pesos in un mini-chiquitito-market in Messico, dove erano esposti tra tortillas e insetticidi. Ho tolto il paraurti perché mi sembra che la linea arrotondata si esalti, anche se prontamente qualche automobilista che aveva fretta (maledetta fretta..) mi ha lasciato un segno metallizzato. Nel cofano tengo a portata di mano due specchietti cromati, rotondi, old style, pensati per una Ford del 36 ma che dovrebbero scendere bene anche dallo sportello del mio VW (con qualche modifica). Li ho ordinati ai fratelli Moon insieme a uno shifter “eight ball”. Li monterò quando Tony Raia (“quel gran genio del mio amico”) avrà tempo per fare una saldatura ad arte. |
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Quel giorno
“innesterò” nella carrozzeria una tromba anch’essa old style che
era del mio FatBoy 93, e probabilmente daremo anche una mano di elegante
nero opaco, “il” colore. Se non fosse troppo complicato mi
piacerebbe anche, un giorno, abbassare il tetto di una decina di
centimetri. La targa (Roma, scritto così, per intero, come i bambini
che nascono oggi non vedranno più) è fissata con degli espliciti
teschietti con occhi rossi che avevo acquistato da Luca Marmorata, per
la rat BMW (la Black Mexican Widow), ed abbellita da una Iron Cross
adesiva made in Coop. Anche la cover CC della primaria a forma di
teschio ricavato dal pieno (che è il mio ingombrante portafortuna) è
in lista di attesa per una più opportuna collocazione, dopo quel giorno
che preso da raptus creativo avevo iniziato a bucare la carrozzeria col
trapano. Dallo specchietto dell’abitacolo ciondolano pigramente il
portachiavi della 600, la prima auto che acquistarono i miei negli anni
60, e il topone verde di Rat Fink che ho comprato a Austin, in Texas. Ci
sono anche, appesi alla “maniglia del nonno”, due dadoni bianchi e
neri in peluche che mi ha regalato Paco, un amico tatuatore di Playa del
Carmen, in Messico. Nel cassettino (senza sportello)
c’è una scimmia con fez rosso che oscilla su una mollona
(comprata a Maui da “Malice nel paese delle meraviglie”); c’è un
angioletto che se ricarichi la molla sbatte le ali e trovi parcheggio
(funziona!); c’è un pesante posacenere in bronzo a forma di teschio;
c’è una monaca (cattivella) di plastica nera che all’occorrenza
cammina come un pinguino elargendo benedizioni; c’è un accendino
filippino a forma di maggiolino rosso; e c’è una testa beneaugurate
di un dio maya, in legno: tutti “giochetti” che tengono occupati gli
amici che hanno la fortuna di occupare la posizione del passeggero. Il
contrassegno dell’assicurazione obbligatoria è fissata al vetro da un
ritaglio di carta adesiva ghepardata, a fianco al bollino blu scaduto.
Sull’aletta parasole ho attaccato un adesivo di Vincent: un teschio
circondato da una ragnatela e la scritta “Stay Kool Way Kool”.
Quando mi guardo intorno tutti questi dettagli mi fanno compagnia mentre
guidando alla solita andatura molto lenta parto con la testa verso
viaggi passati e futuri. Ma la cosa che mi piace di più è nel vano
motore: quando tre anni fa dovevo decidere se comprare proprio questo
maggiolino ho alzato il cofano e sul telaio inciso in modo piuttosto
grossolano ho visto la scritta “ECHO EN MEXICO”. Il mio maggiolino
è un “vocho”, anzi per essere sinceri un “hijo-de-puta”, perché
gli operai dello stabilimento di Puebla da qualche parte sul telaio
grezzo l’avranno sicuramente battezzato scrivendo questo insulto,
senza cattiveria, anzi con una sorta di complicità tutta messicana.
L’ho pagato un milione e mezzo di vecchie lire (oggi al cambio
“abituale” sarebbero 1500 euro) questo maggiolino del 1984, e finora
ho solo dovuto aggiungere tanta benzina (prima rossa e adesso verde,
senza fare nessuna modifica) e un po’ di olio. Non è da collezione e
non è pregiato. Però è al 100% messicano. Oggi,
30 luglio 2003, l’ultimo maggiolino della storia sarà prodotto a
Puebla. Uscirà dalla fabbrica accompagnato dalle note dei mariachis,
come se fosse stato inventato in Messico, dove ancora ne circolano
almeno 500.000. Gli operai dimenticheranno per un giorno il rischio di
essere licenziati, e faranno una gran festa, come fanno quando un amico
li lascia, per la “despedida”. Dice “Meglio un maggiolone che uno stupido scooterone”. |