Ho buttato un sasso nello stagno della fretta.
Queste sono le parole che chiudono questo "speciale" sull'ozio creativo. Non vi resta che trovare il tempo e la voglia di arrivare in fondo alla pagina
Tutti gli articoli sono ricavati dal web. Ho indicato le fonti: se non volete comparire informatemi.
Downshifting
IL MEZZOGIORNO, IL MEDITERRANEO E I "BARBARI DEL NORD": L'EUROPA ALLE PRESE CON UN MILLENARIO TRAVAGLIO TRA DUE MODI DI INTENDERE LA VITA
Ma questa progressiva molecolarizzazione del lavoro porterà a fasce più larghe di ozio? O, per meglio dire, di non identificazione con il lavoro?
VITELLONI
Elogio dell’ozio
L'ozio che arricchisce
Cattivi pensieri. Dell'arte di insegnare
La carriera dell’oziante
L'"ozio creativo" sarà la ricchezza del futuro
La pedagogia della lumaca: Una riflessione su come viviamo il tempo scolastico in relazione ai ritmi della società

Quando lavoro, studio e gioco coincidono, siamo in presenza di quella sintesi esaltante che io chiamo «ozio creativo» (Domenico Masi).

Nel nostro mondo l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca. [Milan Kundera, La lentezza]

Non sempre il termine "ozio", che deriva etimologicamente dalla parola latina "otium", ha avuto come nell' epoca attuale un significato negativo, di passività, svogliatezza. Cicerone considerava come proprie dell'ozio le attività che riunivano queste qualità: essere volontarie, creative e gratificanti per l'uomo. Un sociologo del nostro tempo, Duzameider, definisce l'ozio "l'insieme di operazioni alle quali può dedicarsi l'individuo, volontariamente, sia per riposare sia per divertirsi, o per sviluppare la propria informazione o formazione disinteressata o la propria volontaria partecipazione sociale o la propria libera creatività, una volta liberatosi degli obblighi professionali, familiari e sociali". La nozione di "ozio" si oppone a quella di "negozio" (negazione dell'ozio). Negozio è un'occupazione che ricerca in maniera immediata un risultato materiale. L'ozio, al contrario, non pretende una utilità pratica, piuttosto godere dell'esercizio stesso di un'attività. Il significato delle vacanze e quello dell'ozio sono cambiati molto durante la storia. Anche Aristotele diceva "lavoriamo per poter oziare", ossia per poterci dedicare liberamente a quelle occupazioni che ci piacciono e richiedono la liberazione e lo sviluppo del nostro stesso spirito. Sono molte le opportunità che abbiamo per andare in vacanza in modo sano, e non è necessario per farlo spendere molto!
ozio1. DOWNSHIFTING
Attualità >società>Lumaca è bello
Basta ritmi frenetici. Gli americani sono al limite e lanciano una nuova parola d'ordine: rallentate. E imparate a perdere tempo
di Francesca Amoni

Di corsa, affannati, divisi tra mille impegni, con i minuti contati. Instancabili. Attivi. Il cellulare? È sempre acceso. Chiamate di continuo. Risposte rapide e sbrigative. È ancora uno status symbol la mancanza di tempo? Negli Stati Uniti, la parola d'ordine sta diventando downshifting, ovvero rallentare, scalare la marcia, rinunciare volontariamente a una parte di reddito in cambio di tempo per stare con se stessi, i figli, il partner, gli amici. C'è perfino un movimento, La semplicità volontaria, che propone libri, dibattiti, newsletter e gruppi di sostegno. Il suo motto? Less is more, di meno (meno lavoro, meno corse, meno debiti) è di più (più ore con chi si ama). Lo stesso messaggio è lanciato dalla regina del talk show più seguito dagli americani, Oprah Winfrey, nel suo nuovo ma già popolarissimo mensile O. Oprah auspica il ritorno allo "spirito della famiglia", perché se, vent'anni fa, erano i problemi economici la principale causa dei conflitti coniugali, oggi è la mancanza di momenti insieme. Il che coincide con quanto consiglia John D. Drake, psicologo e consulente aziendale, nel volume How to work less and enjoy life more (come lavorare meno e godersi di più la vita, ed. Berret-Koehler). È un manuale di self-help come ne circolano tanti negli Stati Uniti, con un programma da realizzare attraverso piccoli e graduali cambiamenti. "Prima di tutto devi soppesare, valutare la tua esistenza, ascoltare il disagio, perché potresti scoprire che stai barattando il denaro con il tempo", dice Drake. "Pochi si decidono a mettere in atto piccole strategie, del tipo: non lavorerò oltre le 17.30, né nel weekend. Finché un evento traumatico, come la richiesta di divorzio da parte del partner o problemi di salute, non impongono un brusco cambiamento di rotta. Anche se dopo l'11 settembre, con la guerra e i suoi costi economici, non sembra il momento più adatto per lavorare meno, piccole trasformazioni fanno bene al singolo e alla comunità". Pioniere del cambiamento fu Robert B. Reich, ministro del Lavoro durante la prima presidenza Clinton: scandalizzò tutti, dimettendosi da quell'incarico tanto prestigioso per passare più tempo con la famiglia. "Conosco numerosi downshifter che sembrano felicissimi della loro nuova vita "rallentata". Io ho abbandonato un lavoro di 15 ore a Washington per uno di nove a Boston, e non potrei essere più contento", scrive l'ex ministro in L'infelicità del successo (Fazi), ormai un libro di culto negli Stati Uniti, da poco uscito in Italia. Confessa di aver spulciato, anche lui, tra manuali fai-da-te, audiocassette, corsi a domicilio, newsletter e guide, per trovare un equilibrio migliore tra il lavoro e il resto della vita. "Sta diventando sempre più difficile da raggiungere", spiega, "perché la logica della nuova economia fa sì che si presti più attenzione al lavoro e meno alla vita individuale". Ma la promessa della modernità era un'altra: tecnologie e rivoluzione elettronica avrebbero dovuto consentirci di avere sempre più tempo a disposizione. Un tempo liberato, si diceva. Un tempo per noi stessi. Per la cura del corpo e dell'anima. A ben guardare, la promessa è stata mantenuta: in un secolo, le ore di lavoro di un dipendente sono scese dalle 3.160 all'anno dell'inizio del Novecento alle circa 1.750 di oggi. Chi ottiene il primo impiego a 20 anni e smette a 60 lavora 80 mila ore su 530 mila di vita. Gliene restano 450 mila, di cui - tolte almeno dieci al giorno per dormire, mangiare e così via - più o meno 230 mila per fare ciò che desidera. "E non è poco", commenta Domenico De Masi, docente di Sociologia del lavoro all'Università La Sapienza di Roma e autore di Ozio creativo (Rizzoli). "Ma l'accelerazione tecnologica e le modalità di organizzazione del lavoro sono sconfinate nel tempo libero. Chi si guadagna da vivere con il cervello (un 40 per cento) difficilmente riesce a staccare la spina, anche la sera o nel fine settimana. E chi svolge un lavoro intellettualmente poco impegnativo, passa gran parte del tempo a raggiungere la fabbrica o l'ufficio". Per spiegare che cosa è accaduto, al pubblicitario Antonio Rainò è venuta in mente l'immagine dell'uovo. Nell'era industriale fordista, la giornata media di una persona poteva essere paragonata a un uovo: il guscio rappresentava la giornata di 24 ore e conteneva, ben divisi, il tuorlo (il tempo dedicato al lavoro) e l'albume (quello riservato agli svaghi). Ora, dice Rainò, il tuorlo s'è rotto, mescolandosi all'albume. Così diventa difficile separare i diversi momenti della giornata. "Il richiamo del duro lavoro", osserva Reich, "si intrufola in tutti gli spazi vuoti della vita, perché ai fax, ai messaggi di posta vocale ed elettronica, ai cercapersone, ai cellulari bisogna rispondere. Ci rintracciano quando stiamo facendo altro: quando camminiamo, viaggiamo o dormiamo. Certo, questi aggeggi si possono spegnere, ma la tentazione di tenerli accesi per nuove opportunità professionali, o di incontri, è grande". Gli americani, data la grande competizione e la dinamicità del mercato, stanno lavorando duramente: ogni anno, in media, 350 ore in più rispetto agli europei e perfino ai giapponesi, notoriamente super laboriosi. "Ma con il tempo, anche gli altri "vorranno" imitare gli americani, man mano che le loro economie seguiranno il percorso tracciato dagli Usa", sostiene ancora Reich. In breve, i vantaggi della nuova era hanno un prezzo: vite più frenetiche, meno sicure, economicamente più divergenti, socialmente più stratificate. Tanto che la condizione odierna per eccellenza è la fatica, e non l'ozio. "Perché non ci sono maestri che l'insegnano. C'è solo chi insegna il lavoro", dice De Masi. "Invece, l'ozio è l'anticamera della creatività, mentre il lavoro è onnivoro, assorbente, tutto finalizzato a soddisfare i bisogni quantitativi". Di recente, anche le nostre librerie pullulano di manuali che consigliano le modalità più diverse per rallentare il passo. Dall'ormai celebre trilogia del filosofo francese Pierre Sansot, Passeggiate, Sul buon uso della lentezza e Vivere semplicemente (Pratiche), all'Arte di non far nulla della scrittrice Veronique Vienne (Mondadori). Dall'Elogio della siesta di Bruno Comby (San Paolo) a Le virtù dell'ozio di Armando Torno (Mondadori). Mentre David Le Breton, docente all'Università di Strasburgo, in Il mondo a piedi. Elogio della marcia (Feltrinelli) riafferma il valore del camminare. Lo definisce un modo di aprirsi al mondo, che fa nascere l'amore per la semplicità e per la lenta fruizione del tempo. Un espediente per riprendere contatto con se stessi, perché nell'andare ci si interroga, si medita su un'inattesa gamma di questioni che affiorano alla mente, e che non troverebbe udienza altrimenti. Potrebbe sembrare una forma di nostalgia, oppure di resistenza, mentre rappresenta il trionfo del corpo e soprattutto dei piedi, che al momento servono soltanto a guidare l'automobile, a salire sui mezzi pubblici o a fare pochi passi. Vero è che lui, in fondo, a correre va nel fine settimana. Ma Le Breton ha la risposta pronta: l'aver ridotto il camminare a un'attività di svago la dice lunga sulla considerazione che, nella società di oggi, hanno il corpo e il tempo. Ma davvero siamo tanto avidi di momenti liberi? Davvero ci mancano? O, piuttosto, vogliamo occupare a qualsiasi costo quelli che abbiamo? "I tempi morti ci mettono di fronte alla precarietà della vita. E l'accelerare comporta la saturazione di ogni porosità della giornata", precisa Romano Màdera, psicoanalista junghiano. "E se una volta c'erano l'essere e l'avere, ora c'è il fare in continuazione, per non avvertire l'abisso depressivo, disfunzionale alla vita sociale. Il diffuso ricorso alle tecniche di meditazione orientale, ai massaggi e alla stessa psicoterapia sono nient'altro che contromosse: mi fermo e prendo del tempo. Un fare, senza fare". Sulle soluzioni individuali, però, sullo scalare la marcia da soli, Reich è molto scettico. In fondo, dice, siamo tutti su uno stesso treno, che va a forte velocità. E avverte: "Possiamo riflettere su come ci piacerebbe vivere la vita. Possiamo gestire meglio il tempo, spendere meno soldi, camminare, smettere di guardare la televisione. Però operiamo all'interno di un sistema, dove le scelte sociali influenzano quelle personali. E per cambiare il nostro stile di vita, dobbiamo partire dalle decisioni prese come collettività".
ozio2. IL MEZZOGIORNO, IL MEDITERRANEO E I "BARBARI DEL NORD" .
L'EUROPA ALLE PRESE CON UN MILLENARIO TRAVAGLIO TRA DUE MODI DI INTENDERE LA VITA
 di FRANCO NOCELLA http://soleto.freeweb.supereva.it/mediter2.htm?p

Al di là della retorica "europeista" che porta ad accettare cio' che viene da oltre le Alpi come oro colato, comincia a crescere il numero di coloro che notano le contraddizioni di una Europa che si muove a due diverse velocità di sviluppo: l'Europa del Nord e l'Europa mediterranea. Due entità differenti non solo per la struttura economica, ma anche perchè portatrici di sensibilità culturali del tutto divergenti fra loro. Più che di una Europa a due velocità, quindi, bisognerebbe parlare di due Europe che cercano, da secoli e con grande travaglio, una unità culturale che, tuttavia, non sono ancora riuscite a raggiungere. Da tempi immemorabili la storia d'Europa si presenta come il confronto fra due mentalità che dovrebbero essere complementari. Nonostante questo, si sono contati sulle dita ricercatori e intellettuali che si sono dedicati a una riflessione su questa realtà che finisce con il suggerire un ragionamento sui fini e sui mezzi della società industriale avanzata, sul rapporto fra tecnologia e civiltà, una riflessione che per il Mezzogiorno ha un'importanza decisamente strategica.

In Spagna c'è sta cercando di colmare questo vuoto. E' Luis Racionero, sociologo ed urbanista nativo di Barcellona, che, in uno studio dal titolo apparentemente provocatorio, "El Mediterraneo y los barbaros del Norte", ha riconsiderato la storia europea per scoprire le cause e le origini di quello che ha definito come l'uso "volgare" della tecnologia. Secondo lui, il mondo nordico si è distinto nella sua capacità di saper produrre, mentre quello mediterraneo potrebbe distinguersi come guida al consumo verso una migliore qualità della vita. Queste due dimensioni, quantità e qualità, efficenza e bellezza, definiscono le due Europe alla ricerca di quell'unità culturale la cui mancanza costituisce il tallone di Achille del vecchio continente: il sangue giovane del Nord, che ha propiziato la rivoluzione industriale, deve affinarsi attraverso gli ideali umanisti del Mediterraneo. Ci troviamo di fronte ad una prospettiva caratterizzata dalla dicotomìa fra tecnologia e civiltà: l'opulenza materiale e la qualità della vita che differenziano l'esistensa delle due Europe attraverso mentalità e modelli di vita novetolmente diversi.

Il mondo mediterraneo, facendo leva, con greci e romani, su una società di schiavi, costituì una società di ozio creativo. Il mondo nordico, su una industrializzazione di massa, ha costruito la società del consumo. Ora gli sviluppi della tecnologia e i processi sempre più avanzati di automatizzazione della produzione ci fanno intravedere la possibilità di dar vita ad una nuova civiltà dell'ozio, dove il ruolo degli schiavi sia assunto dalle macchine. Quest'idea stenta a prendere corpo perchè i nordici, impregnati di puritanesimo, continuano ad idolatrare il lavoro e l'efficienza produttiva. E' giunto il momento di promuovre una razionale adesione di tutta l'Europa agli ideali epicurei ed umanistici del Mediterraneo. Se i nordici hanno saputo produrre, i mediterranei sanno consumare. L'arte di vivere non si improvvisa. Non basta essere ricchi per praticarla. E' necessario possedere uno spirito raffinato ed essere eredi di una lunga storia, qualità che i nuovi nordici non posseggono. Il livello di vita in Occidente ha raggiunto punti di benessere che permettono di porsi questioni di qualità..

La teoria secondo cui il sangue giovane dei barbari del Nord risvegliò i "degenerati" abitanti della regione mediterranea dal loro interminabile ozio di Capua era coerente con l'epoca dell'industrialismo entusiasta. Ora sono proprio i giovani nordici che vanno verso il Sud mediterraneo e ricercano la nozione della misura. Sono stati loro i primi a denunciare - attraverso i partiti verdi, ecologisti e alternativi - la fallacia dello sviluppo illimitato, l'aggressività della razionalità esasperata ed il concetto disumano del lavoro fine a se stesso. Gli apaciti e scettici uomini del Mediterraneo avevano le loro buone ragioni per affrontare la vita con tranquillità. Non si trattava di degenerazione o di mollezza, ma di moderazione e di misura che nascevano dal sapere e dalla consapevolezza.

Coerente con la mentalità utilitaristica degli anglosassoni, l'Occidente propone soluzioni tecniche ai problemi culturali senza rendersi conto che le soluzioni non sono materiali, ma mentali, come sostengono gli umanisti del Mediterraneo. Al contrario, i popoli mediterranei hanno imitato il modello tecnologico del Nord, di cui subiscono il fascino. Ma, le mentalità continuano a rimanere distinte, perchè cultura e civiltà sono espressioni di processi storici di lunga durata. Sino al 2000 a.C., affermava J.H. Breasted, si ebbero importanti movimenti di popoli nomadi da steppe e deserti fino alle aree civilizzate del Mediterraneo. Pur sotto il dominio di ariani, dorii e romani, esisteva e continuava ad esistere, però, il sostrato degli antichi popoli mediterranei (cretesi, etruschi, sardi, sikani, liguri, tartesii) che seppe civilizzare gli indoeuropei e portare alla formazione dello spirito che, poi, caratterizzò la civiltà dei greci e dei romani. Quando i greci e i romani furono civilizzati dal sostrato degli antichi popoli del Mediterraneo, si produsse una nuova invasione di barbari del Nord. Questa volta germanici, che distrussero la civiltà greco-latina e quella mentalità ancestrale del Mediterraneo, sorta dalla stessa terra e rigeneratasi così come si rinnovano i suoi alberi e le sue piante.

Uno sfortunato evolversi della storia ha fatto sì che i popoli del Nord impostassero un modello produttivo basato sulla tecnologia prima di avere il tempo di civilizzarsi attraverso il contatto con le regioni urbanizzate del Sud mediterraneo. Queste affermazioni, forse, possono sembrare taglienti. Bisogna riconoscere, sia pure con tutte le sfumature necessarie, i grandi apporti culturali del Nord: gli esploratori inglesi, gli eruditi tedeschi, i missionari svizzeri, il socialismo svedese, Goethe e Russel, la raffinatezza di Oscar Wilde. Nonostante ciò, un fatto è certo: che capitalismo e meccanizzazione sono prodotti del Nord e che quella parte dell'Europa, in termini generali, a causa della brevità della sua storia, mantiene segni allarmanti ed oggettivamente riscontrabili di una mentalità barbara, suscettibile di manifestarsi durante la guerra con orrori terrificanti e di proiettarsi sinistramente anche sul sistema economico.

E' anche bene considerare che i termini contrapposti di "barbaro" e "mediterraneo" si riferiscono a modi di comportamento più che a luoghi geografici. Tuttavia, sussistono tre fatti importanti. Primo: che i barbari calarono dal Nord sul Mediterraneo. Secondo: che nei paesi del Nord non esistettero città fino al XIII secolo. Terzo: che il Mediterraneo è una zona climatica abitabile, mentre il Nord è inospitale. Tutto questo - al pari del vino e della birra, del lardo e dell'olio d'oliva - distingue due diverse Europe. Quindi vennero gli americani liberatori, repubblicani, ricchi e generosi. Una intera generazione guardò con entusiasmo all'american way of live. Si imitò l'efficientismo tecnocratico ed industrialista e, negli anni '60, l'Europa mediterranea entrò nella società del consumo. Il risultato è sotto la vista di tutti. Il progresso materiale è innegabile e, in buona misura, apprezzabile. Ma, l'arretramento dal punto di vista umano e della qualità della vita appare altrettanto rilevante. La prospettiva più probabile, però, è, oggi. quella dell'inquietudine nella ricchezza. Per i paesi mediterranei si può parlare di sopravvivenza nei limiti degli interessi dei mercati dominanti. Questo è il motivo dell'autoemarginazione delle giovani generazioni: il programma di sviluppo economico, applicato con mentalità tecnocratica, non tiene in sufficiente conto l'ideale di qualità della vita che i giovani considerano traducibile nella realtà quotidiana di una civiltà sviluppata.

Il problema è quello di accertare quali forme di vita distruttive della civiltà mediterranea siano contenute nel sistema economico di benessere materiale che viene dal Nord. Da un lato sarebbe assurdo rifiutare il progresso tecnologico, dall'altro è doloroso vedere come si distruggano i valori umani e civili delle nostre antichissime forme di vita. Era necessario distruggere la civiltà mediterranea per sostituirla con una neurotizzante metropoli industriale, sacrificare la qualità della vita a favore della fabbricazione in serie, soffocare il dialogo fra uomini civili sotto lo stridio ossessivo dei mass media?

La soluzione del dilemma "tecnologia-civiltà" esige la ricerca di una terza via. Il problema non è quello della tecnologia in sè, ma quello di contrastare l'uso "volgare" che - sotto l'impulso delle tendenze dominanti provenienti dal Nord - se ne sta facendo. E' urgente sottomettere la tecnologia alla civiltà e ciò sarà possibile soltanto con un cambiamento dei valori. Si tratta di un problema di lungo periodo, di un problema di educazione. E' necessario chiedersi se non esiste un sistema di valori ed una organizzazione economica che diano qualità e senso all'uso della tecnologia. Si tratta di sfruttarla con misura, orientandola verso fini di tipo naturale, ambientale, umanista e qualitativo. Dal Mediterraneo deve partire un grande sforzo che permetta a tutta l'Europa di muoversi in questa direzione.

ozio3. Ma questa progressiva molecolarizzazione del lavoro porterà a fasce più larghe di ozio? O, per meglio dire, di non identificazione con il lavoro?
http://www.ilpiccolo.quotidianiespresso.it/iltirreno/nonquotidiano/millennio/lavoro/lavoro.htm

"Che oggi il lavoro non abbia più una centralità nella società è vero. Ciò è stato determinato da tre ragioni. La prima è la degerarchizzazione del mondo del lavoro. La cosiddetta carriera ha perso il suo fascino, sono cambiati i modelli di riferimento. Al giovane che viene assunto molto spesso interessa soltanto sapere quanto guadagnerà, quanti giorni di ferie ha e qual è il modo per ridurre al minimo l'impegno. C'è dunque una stagnazione dell'identificazione nel lavoro. La seconda ragione riguarda la crisi delle ideologie politiche e la loro caduta. Ideologie che risultavano strettamente connesse a tutto ciò che era la vita all'interno del mondo del lavoro: dalla fabbrica all'orgoglio di far parte di una categoria o di una classe. Infine, terza ragione, sono nati nuovi poli di attrazione nella società, nuovi modi di vivere il rapporto con gli altri. Basti pensare allo sviluppo del volontariato, alla sua capacità di attrarre energie, impegno, identificazione. Stabilito tutto ciò, non è detto che da questa fase - che considero intermedia - non possa originarsi una spinta a cercare nel lavoro i meccanismi della gratificazione".

ozio4. VITELLONI "Vitelloni" vengono chiamati, in qualche città di provincia, quei giovani di buona famiglia che passano la loro giornata nell'ozio più completo, tra il caffè, il biliardo, la passeggiata, gli inutili amori, i progetti vani. Tali sono, nella loro piccola città, cinque amici: Fausto, Moraldo, Alberto, Leopoldo, Riccardo. Fausto amoreggia con Sandra, la sorella di Moraldo. Ora accade che la loro relazione non sia priva di conseguenze: Sandra aspetta un bambino e, per volere del proprio padre, Fausto deve fare il suo dovere, sposando la ragazza. Ma né il matrimonio, né la paternità hanno la virtù di renderlo più serio. Fausto è sempre lo stesso "vitellone", amante dell'ozio, delle avventure, dei passatempi. Egli tradisce ripetutamente la moglie, amoreggiando anche con la moglie del principale, il che gli fa perdere l'impieguccio, che il suocero gli aveva trovato. Dopo avergli ripetutamente perdonato i suoi tradimenti, Sandra un bel giorno perde la pazienza e scappa di casa col bambino. E' un duro colpo per Fausto, il quale comprende finalmente tutto il male che ha fatto a sua moglie: la cerca disperatamente, la trova, si riconcilia con lei, mentre suo padre completa, a suon di bastonate, la lezione. Gli altri vitelloni continuano a trascinare la loro inutile esistenza; ma uno di loro, Moraldo, un bel giorno parte, insalutato ospite. Egli ha trovato forse la sua strada. http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/010711s.htm

ozio5. Elogio dell’ozio

L’ozio è tornato di moda. Anzi, per meglio dire, impazza il "tempo libero" nel quale l’ozio trova fertile spazio. Il che induce ad affiancare alle varie iniziative per riempire il tempo libero - per esempio le vacanze organizzate - una approfondita discussione tendente a teorizzare i pericoli, ma anche i benefici effetti dell’ozio.

Problema antico: Armando Torno ricorda Qohélet che nella Bibbia esplorava il tempo per assegnargli un ruolo per ogni cosa. Celebre è il De Otio di Seneca e poi Epitteto, che nel suo Manuale si intrattiene sull’argomento come del resto hanno fatto tanti altri importanti autori, fino ad arrivare a epoche recenti: Bertrand Russel scrisse un Elogio dell’ozio, e Mimmo De Masi, nei nostri giorni, discute questo stato dell’essere nel suo colloquio con Maria Serena Palieri che lo pubblica in un libro dal titolo eloquente, Ozio Creativo. Ancora, De Masi compie un’intelligente operazione culturale facendo rivisitare la grande Enciclopédie di Diderot e d’Alembert in ventisei voci "riscritte per il Duemila", fra le quali inserisce la parola "ozio". Gli enciclopedisti ne davano un significato non esaltante: "L’ozio indica la mancanza di una occupazione utile e onesta (...) Ci sono (...) uomini (...) del tutto inutili e passano la loro giornata a fare nulla. (...) Visto che lo spirito dell’uomo è portato per sua natura all’attività, qualora esso non sia impegnato in qualcosa di utile finisce inevitabilmente per volgersi verso il male. (...) È vergognoso riposare prima di aver lavorato".

Così, è facile per Armando Torno costruire nel suo ultimo libro Le virtù dell’ozio (Mondadori, pagg. 131, lire 26mila), una "biblioteca degli oziosi", mentre "riflette su Babele" e sul fatto che "l’ozio è un lusso (più che un vizio) imbarazzante per chi non sa apprezzarlo". Perciò, si rifà agli antichi romani per i quali "Otium" era una "parola fortemente radicata" nella loro coscienza individuale e collettiva. La biblioteca si rende necessaria perché "l’ozio, il lavoro e il tempo dedicati all’uno o all’altro mutano di significato a seconda delle epoche".

Nel ripercorrere i sentieri del tempo Torno può rivalutare il significato di ozio dandogli la connotazione positiva di ricerca del piacere all’interno del difficile mestiere di vivere. Proprio lo stato di ozio riesce a sollecitare meditazioni con le quali è possibile dar corpo alle idee, elementi del pensiero così sfuggenti, ma anche così ricchi di concreti spunti culturali, tanto da poter essere assunti come espressioni di uno stato di vera e propria libertà intellettuale. Torno giustamente si sofferma sul fatto che "la libertà è figlia anche dell’ozio", invitandoci a non dimenticare che "il buon utilizzo dell’ozio diminuisce anche i vizi. E si rassicurino i politici: nessun dittatore ha mai amato gli ozi, e nessun ozioso ha mai preso una dittatura sul serio".

Il discorso ritorna sul buon uso del tempo, un problema che si ripropone drammaticamente nell’epoca della rivoluzione informatica e della posta elettronica. Ecco allora che Torno rilegge, dalla sua biblioteca, All’ombra delle fanciulle in fiore di Marcel Proust e ricorda: "Il tempo che abbiamo quotidianamente a nostra disposizione è elastico: le passioni che sentiamo lo espandono, quelle che ispiriamo lo contraggono; e l’abitudine riempie quello che rimane". Così, può affermare: "Essere bombardati con sessanta o settanta lettere elettroniche al giorno, come capita ormai a molta gente, equivale a stritolare la propria giornata con un lavoro in più che produce poco o niente per noi. Il tempo se ne va e nessuno ce lo restituisce". Per questo, nella sua biblioteca ideale, un posto è riservato ai Ricordi scritti nel 1528 da Francesco Guicciardini, dove si legge: "Abbiate per certo che, benché la vita degli uomini sia breve, pure a chi sa fare capitale del tempo e non lo consuma vanamente, avanza tempo assai". Che poi è più o meno quanto afferma Leon Battista Alberti, il grande genio dell’umanesimo, che insegnava: "Perdersi adunque il tempo nollo adoperando, e di colui sarà il tempo che saprà adoperarlo". E Armando Torno in proposito commenta: "Il buon uso del tempo è dunque uno dei problemi fondamentali dell’uomo (...).

Naturalmente, parlando di "ozio" non si può fare a meno di soffermarsi sul suo contrario, il "lavoro". Un capitolo è significativamente intitolato "Quella gioia chiamata lavoro", ed ecco che l’autore ripercorre il pensiero dei grandi esploratori di quel modo di essere nell’esistenza. Si rivisitano Marx e gli utopisti, fra cui Pierre-Joseph Proudhom; si incontrano Adam Smith e Frederick W. Taylor, i cui studi portarono alla realizzazione della fabbrica fordista, tempio dell’alienazione in grado di annullare la personalità umana. Quella personalità che potrà ritrovare se stessa proprio attraverso una intelligente frequentazione dell’ozio creativo.

Armando Torno con questo divertente, interessante saggio su Le virtù dell’ozio continua il viaggio lungo i suoi personali sentieri tracciati nel mondo delle idee. Già si era interessato di fede e di Dio, aveva esplorato l’infelicità e l’amore, si era intrattenuto sul tempo e sulla sua storia. Questo suo ultimo libro si conclude citando L’arte di conversare dell’abate André Morellet, un tipico esponente del mondo del Settecento. È un’arte che certamente Torno sa esercitare in maniera davvero brillante, e che costantemente sa riproporre nel metaforico, piacevole colloquio che continua a intrattenere con i suoi tanti affezionati lettori.

http://web.infinito.it/utenti/t/tecalibri/D/DEMASI-D_ozioC.htm

ozio6. L'ozio che arricchisce

13 agosto 2002
Non si deve temere di perdere tempo se si ammira un tramonto, si legge un bel libro, si dipinge un quadro, si medita o si scrive. Bisogna saper gestire bene il proprio tempo.
Ma la motivazione fondamentale della nostra vita è legata alla nostra gerarchia di valori : diceva Gesù che là dove è il nostro cuore c'è il nostro tesoro. Se per noi sono più importanti gli affari, il denaro e i piaceri materiali della vita è normale considerare una perdita di tempo pensare, riflettere, ammirare, leggere, dipingere, scrivere.

Purtroppo molte persone hanno acquisito questo tipo di mentalità, ma non pensano minimamente a quanto tempo hanno sprecato a "non vivere" autenticamente. Molte vanità consistono nella ricerca spasmodica del successo e del potere sugli altri, nel racimolare beni e denaro, nel curare il proprio corpo con vanità, dando pochissimo spazio alla riflessione personale e alle varie considerazioni sul senso della vita. "E' meglio non pensare...eventualmente mi dedicherò alle cose dello spirito ad una certa età" - dicono tra sé. Ma non considerano che nessuno ci assicura che vivremo a lungo, che avremo davanti a noi ancora tanto tempo. Moltissimi sono morti all'improvviso quando meno se l'aspettavano attraverso incidenti, infarti, ictus o altre malattie. Quanto intensamente è vissuta la loro vita? Se ognuno di noi potesse con molto coraggio e sincerità fare un bilancio di come siamo sinora vissuti, forse cambieremmo modo di pensare e cercheremmo dii trascorrere in modo diverso quel poco di vita che ci resta. Troveremmo solo lunghi momenti di superficialità, di noia, di inutili rimpianti, di affanni e di ansie. Quanto tempo sprecato nell'imbastire amicizie interessate o nel frequentare persone frivole, nell'accumulare ed esibire ciò che possediamo, nell'appesantire ed offuscare mente ed anima in piaceri e vizi, nel discorrere sparlando di tutto e di tutti, nel cercare morbosamente notizie curiose e pettegolezzi! Il tempo migliore, invece, consiste nel riflettere sulle cose più semplici ed apparentemente più inutili della vita, nell'agire con purezza d'intenti, nel prendere coscienza di ogni evento, nel ricercare il senso della nostra esistenza e la presenza di Dio creatore, nell'amarlo e nell'amarci. Allora si trova il tempo anche per fare quello che consideravamo inutile : ascoltare se stessi e gli altri, contemplare la natura, perdonare di cuore, soccorrere chi ha bisogno iniziando dai familiari e dai vicini di casa, meditare e leggere, creare con semplicità di cuore, condividere con gli altri le nostre ricchezze interiori e scoprire quelle degli altri.

Pier Angelo Piai
ozio7. Cattivi pensieri. Dell'arte di insegnare
di Vittorio Mathieu

http://www.ideazione.com/settimanale/1.politica/46_26-10-2001/mathieu.htm
Quando ero in ruolo, ai professori universitari era consigliato (non prescritto) dal Ministero di tenere almeno 50 lezioni all’anno. Un amico mi ricordò che il movimento operaio, per giungere alle 40 ore settimanali, aveva impiegato un buon secolo. Ora i professori di scuola secondaria minacciano lo sciopero perché le ore settimanali di lavoro prescritte potrebbero passare da 18 a 24. Si tratta di vedere che cosa si intende per lavoro. Il mio compianto collega Giorgio Tonelli (figlio di un celebre matematico, e storico della filosofia ricordato in alcune università tedesche) a fronte di una delle innumerevoli riforme che già allora minacciavano l’università senza riuscire ad ucciderla, commentò : “Ciò che mi allarma non è che prescrivano 50 o 70 ore di lezione all’anno: è che pretendano che le teniamo davvero”.

La chiave sta nella parola “scuola”: un termine greco che corrisponde al latino “otium”. L’ozio è attività positiva, la cui negazione è il negozio. Il negozio è necessario per permettere l’ozio. Se nessuno lavorasse, Cezanne non avrebbe potuto inventare quell’attività che, secondo i rustici provenzali, gli permetteva di non lavorare. Ma non lavora anche chi dipinge? Dipende da che cosa si intende per lavorare. La parola lavoro richiama lacerazione e sofferenza: l’aratura dei campi e i dolori del parto. Sono le due condanne per il peccato originale. Può darsi che il lavoro nobiliti l’uomo, ma, in primo luogo, lo condanna. Per contro l’attività lo sublima. E l’attività più alta, secondo Plotino (che segue in ciò Aristotele oltre a Platone) è la contemplazione:“theoria”. Il professore deve professare una teoria: dunque deve contemplare. Senza metter su pancia per la vita sedentaria, deve imitare Buddha, il contemplativo, chiamato per eccellenza “maestro”. Ora, nelle 24 ore settimanali che il Ministero vorrebbe prescrivere, sono incluse anche le ore di contemplazione? Un mio collega di Filosofia del diritto, Luigi Lombardi Vallauri, riuniva una volta alla settimana gli scolari in un’aula semibuia, dove era vietato a chiunque (a lui per primo) di aprire bocca: quest’ora di meditazione andava conteggiata come lezione?

Un buon professore può non incrociare le gambe e le braccia come Buddha, ma deve leggere, viaggiare, coltivarsi, documentarsi: tutte attività di autentico ozio, che spesso, tuttavia, richiedono fatica. Poi, con poche lezioni, formerà la scolaresca meglio che divagando per far passare il tempo in classe. La difficoltà è esprimere una siffatta differenza in tabelle. Più importante sarebbe trovare il modo per selezionare buoni professori, che diano con l’esempio il gusto di coltivarsi. Per questo c’è una selezione artificiale: i concorsi. Ma c’è anche una selezione naturale: offrire all’aspirante professore uno status in cui si guadagna meno, ma si hanno più opportunità di darsi all’ozio (in senso latino, non dantesco); cioè di coltivarsi. Allora per quella professione che, a causa del peccato originale, fa faticare più delle altre, ma offre anche gioia più di ogni altra, si offriranno le persone naturalmente più adatte.

26 ottobre 2001 vmathieu@ideazione.com

ozio8. La carriera dell’oziante
Mario Unnia

http://www.nextonline.it/archivio/07/09.htm:

Come diceva l’ineffabile Oscar, non fate mai in piedi ciò che si può fare seduti e non fate mai seduti ciò che si può fare sdraiati. Il tempo - per il perfetto ozioso - non è una risorsa da usare, bensì una beatitudine da gustare

“Io non leggo, rileggo” e mi mostra una pubblicazione rarissima, Gli odori del Giardino dell'Eden, impressa con torchio a mano da un editore olandese. “E un'opera filologicamente ineccepibile e assolutamente inverosimile, un'edizione numerata per ozianti, come me. Ormai la so a memoria e dunque non mi costa alcuno sforzo rileggerla”.

Sono nel suo ufficio per un'intervista all'oziante manageriale, così si definisce; per raccogliere cioè, con febbrile curiosità, la confessione di questo signore cinquantenne, elegante e composto, languidamente immobile. Parla con il classico filo di voce, e interpone lunghe pause tra un concetto e l'altro: dà l'impressione, in chi l'ascolta, che il dialogo gli procuri un certo fastidio.

<“Ozianti si nasce, ma solo più tardi lo si diventa davvero”, dice. “All'inizio non si sa di esserlo, occorre fare molta attenzione agli accadimenti illuminanti per capirlo. Prenda il mio caso: mi ha allevato uno zio parassita, un deviante in un casato di attivisti; ho conosciuto l'amore con una dormiente, grassa rassegnata dolcissima; ho avuto per pedagogo un inerte che odiava il moto e testimoniava la superiorità della ginnastica teorica sul jogging; la mia prima esperienza di lavoro è stata in un progetto senza capo né coda, cui mi è riuscito di non dare alcun contributo. Fu così che scoprii che il tempo non è una risorsa da usare, bensì una beatitudine da gustare”.

Capisco: ma ci saranno pure delle condizioni di base che facilitano questa vocazione... “Senza dubbio: essere benestanti aiuta, essere indigenti ostacola, ma non è questo il punto. Occorre una predisposizione. Ad esempio, maschio è meglio di femmina perché la donna ha ancora la percezione che il suo tempo appartenga agli altri, essere single è meglio di vivere in coppia, avere una governante e un autista a libro paga è meglio che avere un coniuge e dei figli a carico. Proibite sono le ideologie, la politica e lo sport, raccomandati sono l'astensione dal voto e lunghi viaggi mentali”.

Parliamo delle skills dell' oziante. “Sono numerose quanto rare, mi creda. Innanzitutto, stare zitti, ascoltare, tenere vigili i sensi desueti come il tatto e l'odorato, servirsi parcamente della vista. Non guidare, non cucinare, non fare alcunché che possa essere delegato a una macchina. Bandire gli amplessi notturni e copulare di pomeriggio, preferibilmente tra le cinque e le sette, un momento magico per la corrente affettuosa dell'amore. Telefonare di rado e non rispondere mai. Conoscere i posti in cui non si incontrano yuppie attivisti nevrotici, arrampicatori sociali, finanzieri d'assalto, ed evitare accuratamente le donne che li accompagnano, a maggior ragione quelle che li imitano”.

Penso ora alla sua giornata tipo, e gli chiedo di descriverla. “Assolutamente ripetitiva. Dormo otto ore, mi stiro per le restanti. Di solito rileggo, riscrivo e mi nutro a letto, mentre lavoro sdraiato. A proposito, col suo permesso vorrei sdraiarmi”. Un dispositivo automatico trasforma all'istante la sua poltrona in un triclinio e la scrivania in un basso tavolinetto.

Non sopportando di restare appollaiato sulla mia sedia lo prego di abbassarmi al suo livello e quando lo raggiungo domando in che cosa consista il suo lavoro in azienda. Dopo un attimo di esitazione, forse per riordinare il pensiero, avvia la spiegazione: “Io sono arrivato alla responsabilità di vicepresidente semplicemente per aver fatto convergere una vocazione naturale con un trend storico. Mi ascolti. Oggi viviamo in media circa 700 mila ore e ne lavoriamo sì e no 80 mila, ma tra dieci anni ne vivremo 800 mila e ne lavoreremo 70 mila, poi saliremo a 900 mila ore di vita e scenderemo a 60 mila ore di lavoro. Vorrà convenire che l'umanità scivola inesorabilmente verso la vetustà centenaria e verso l'ozio, due modalità di vita alle quali la società e le imprese industriali sono del tutto impreparate. Sappiamo tutto del laborioso e dello stakanovista, ma che ne sappiamo dell'oziante, sia esso lavoratore o lavoratrice? E, cosa ben più importante, che ne sappiamo dell'oziante manageriale? Ordunque: uno come me che si riteneva l'ultimo dei manager nel tramonto della società industriale s'è trovato di colpo a essere il primo nell'avvento della società postindustriale, e allora mi sono proposto come cavia, come prototipo vivente di una nuova fauna dirigenziale. Mi pagano per potermi studiare mentre ozio”.

La mia curiosità è al massimo e non esito a domandare a che punto sono le ricerche in corso. L'oziante si rivolta sul triclinio e mi fissa con un sorriso beneaugurante. “Lei mette alla prova la mia deontologia professionale, ma le risponderò ugualmente. Stiamo rimediando agli errori del passato e sottoponiamo i nostri dirigenti a intensi corsi di ‘time mismanagement’. Quando saranno disintossicati, li riselezioneremo: gli ozianti affidabili faranno carriera, i simulatori li  prepensioneremo e si daranno alla consulenza”.

Un'ultima domanda: può con una frase sintetizzare per i nostri lettori il profilo dell'oziante manageriale?

“Certamente. E uno che detesta cordialmente chi gli rompe l'ozio”

ozio9. L'"ozio creativo" sarà la ricchezza del futuro
Il professor De Masi, sociologo, spiega la sua teoria: "Per produrre idee non bisogna separare lavoro e tempo libero"
Napoletano, classe 1938, dottorato a Parigi e poi consulente con Pietro Gennaro, De Masi inizia a insegnare sociologia del lavoro nel 1961 collaborando per molti anni con l'IRI e con l'Università di Roma dove oggi è professore a "La Sapienza". E scrive: "Siamo in un vicolo cieco. Il lavoro in senso classico - quello con un orario, uno stipendio, un ufficio – diminuisce a vista d’occhio. Negli ultimi dieci anni le aziende italiane con più di 500 addetti hanno prodotto il 18% in più con il 22 % in meno di ore lavorate. D’altra parte, nella vita di un lavoratore il tempo trascorso in ufficio è ormai meno di un settimo del tempo totale. Dunque, il lavoro in senso classico costituisce una parte sempre più residuale della nostra vita ma la famiglia, la scuola, la società tutta intera, non fanno che educare a questo lavoro, parlare di questo lavoro, retribuire questo lavoro. Abbiamo finito, così, per valorizzare questo lavoro, che diminuisce sempre più, trascurando il tempo di cura e il tempo libero che sempre più aumentano. Non a caso le fatiche di una partoriente o quelle di un poeta non sono retribuite. Intanto, nei luoghi di lavoro, regna sovrana la competitività. Non la competitività solidale, quella che si esibisce nel gioco, e che suppone il rispetto dell’avversario. Ma la competitività dei bruti, fondata sull’asservimento e, se occorre, sull’annientamento del concorrente. Quando la forza-lavoro era costituita soprattutto dagli operai, essi seppero rifiutare questo gioco al massacro, proclamarono l’unione dei proletari di tutto il mondo e lottarono per la costruzione di una società solidale, in cui non ci sarebbe stata più né l’infelicità dei servi, né quella dei padroni. Ora che la forza-lavoro è costituita soprattutto da impiegati, professionisti, manager, la competitività globale e il liberismo sfrenato legittimano l'azienda a sferrare la guerra di tutti contro tutti mentre, al suo interno, il carrierismo ristabilisce rapporti feudali, di vassallaggio dei dipendenti rispetto ai capi. Da qualunque parte si osservi il lavoro, siamo in un vicolo cieco. Ma non è detto che vi resteremo".
http://qn.quotidiano.net/art/2001/01/16/1719182
Lavoro: nuova fase della storia  http://www.ritoscozzese.it/attualita2.htm  
Elogio dell'ozio
di Robert Louis Stevenson http://www.millelireonline.it/SchedeMOL/3_stevenson/3_stevenson.htm

ozio10. La pedagogia della lumaca: Una riflessione su come viviamo il tempo scolastico in relazione ai ritmi della società 

http://www.scuolacreativa.it/pedagogia_lumaca.html

Alcuni mesi la mamma di una ragazzina di 1° media venne a trovarmi in presidenza e parlando della nuova esperienza scolastica che stava vivendo la figlia mi disse: "sa l'altro giorno mia figlia mi ha detto. Mamma, gli insegnanti ci dicono sempre, forza ragazzi,dobbiamo spicciarci non possiamo perdere tempo, perché dobbiamo andare avanti. Ma mamma, dove dobbiamo andare? Ma avanti dove?"

Dobbiamo davvero correre a scuola? Siamo sicuri che questa sia la strategia migliore? Dobbiamo per forza assecondare una società che ci impone la fretta a tutti i costi?

La scorsa estate, con gli insegnanti del GEP (Gruppo Educhiamoci alla Pace di Bari) ho partecipato ad un corso di formazione residenziale sul tema "In compagnia di ozio, lentezza e poesia". Nel volantino di presentazione alla voce cosa faremo si leggeva "Disegneremo, scriveremo con l’inchiostro e il pennino......poesie, frasi, riflessioni. Cercheremo di "poetare" in lingua locale. Porteremo in tasca un coltellino per costruirci fischietti, per fare piccoli giochi. E poi cammineremo... ci divertiremo e... ci riposeremo." Abbiamo così lavorato, abbiamo riflettuto e ci siamo confrontati per alcuni giorni sul bisogno e sulla necessità didattica di "rallentare e fare scuola più lentamente". E abbiamo rilevato la necessità di proporre in questa epoca un nuovo modello pedagogico che in maniera metaforica abbiamo chiamato "la pedagogia della lumaca".

Strategie didattiche di rallentamento Si tratta di iniziare a ribaltare alcune pratiche educative e didattiche che ormai per inerzia sono entrate nelle consuetudini delle scuole. E si tratta anche di proporne di nuove, che forse per alcuni sembreranno vecchie. Vediamone insieme:

1. Perdere tempo a parlare. C'è una fase, di solito la fase iniziale del 1° anno scolastico di un nuovo ciclo scolastico, in cui tutto il tempo perso a parlare e ad ascoltare i ragazzi nelle loro storie personali è preziosissimo. E' il tempo della scoperta, della conoscenza dei vissuti personali, della elaborazione di buone regole comuni del vivere insieme. Perdere tempo senza "fare il programma" (uno dei principali motivi d'ansia dei nostri insegnanti) non è di certo perdere tempo. Ci sarebbe molto da riflettere, a tal proposito, su tutte quelle attività di cosiddetta continuità fra i diversi gradi di scuola… se poi non perdiamo tempo a conoscere i nostri ragazzi!!

2. Ritornare alla cannetta e al pennino, nell'era del computer si tratta anche di sperimentare la tecnica dell’inchiostro e del pennino. A Bari lo abbiamo fatto ed ecco alcune riflessioni che sono poi emerse sull’uso del pennino:

- il pennino ci ha riportati indietro nel tempo; da anni scrivo in stampatello, con il pennino ho reimparato ad usare il corsivo…

· la mano era sciolta, la mente leggera…

- ho "contattato" un ricordo antico: "la macchia sul quaderno,cerchiata di rosso, la macchia bollata con un due"; ho rivisto i miei quaderni di bambina e questa cosa mi ha colpita;

- scrivere con il pennino per me era faticoso. Non riuscivo a scrivere con una bella calligrafia. Ho scritto oggi, ancora una volta, facendo tante macchie, come da piccolo: ho notato oggi il rumore del pennino e la sua lentezza, l’atto dell’intingerlo che costringe a fermarti…

- ho cominciato a scrivere ed ero sicura che avrei fatto delle macchie,anzi, desideravo fare delle macchie, ma non ci sono riuscita…

- il pennino non mi tradisce, scorre via e non fa buchi nel foglio…

- ho incominciato a scrivere benissimo, poi mi sono detta: "no!", e volontariamente ho incominciato a macchiare lo scritto;

- non capisco dove sia la difficoltà nell’usare il pennino: ma perché allora è scomparso?

3. Passeggiare, camminare, muoversi a piedi. E' la prima e indispensabile maniera per vivere in un territorio, per conoscerlo nelle sue vicende storiche e geografiche. Farlo insieme, con tutta la classe, permette di vivere emozioni, volgere lo sguardo su particolari mai visti dall'abitacolo delle nostre veloci automobili, sentire gli odori, vivere emozioni che creano legami. Io poi sarei dell'idea di incominciare (o ricominciare) a fare gite a piedi.

4. Abolire le fotocopie e disegnare, e creare da soli tavole schemi, organigrammi. La fotocopia è la grande maledizione delle nostre scuole. Oggi si fotocopia tutto. Abbiamo la mania di riprodurre tutto con una fotocopia e "darlo da colorare ai nostri ragazzi" oggi diventati espertissimi nel riempire di colore gli spazi di una fotocopia. Bisogna recuperare l'originalità del fare personalmente, con il disegno proprio. Solo così certi apprendimenti saranno nostri.

5. Guardare le nuvole nel cielo. L'altro giorno, una maestra che conosco, ha portato i ragazzi della propria classe nel prato davanti a scuola. Era una giornata nuvolosa e di vento. Li ha fatti sdraiare per terra e ha fatto guardare le nuvole nel cielo, immaginandone forme, movimenti. Era scuola quella? Si era scuola, una scuola eccezionale di poesia.

6. Scrivere lettere e cartoline vere. Nell'era della posta elettronica provo un senso di disagio quando ricevo gli auguri di Natale con una email indirizzata al altre 150 persone (l'indirizzario personale di chi scrive). Si fa prima e non si perde tempo: questa è la motivazione. Nulla è più personalizzato. Che bello invece ricevere una cartolina, ricevere scrivere una lettera singola, un biglietto personalizzato.

7. Imparare a fischiare a scuola. Ai mie tempi una delle cose vietate a scuola era fischiare. Un vero e proprio tabù. Poi lo imparai di nascosto nel corridoio del liceo. Un effetto eco fantastico. Avete mai provato ad insegnare ai ragazzini a fischiare? Pensiamoci.

8. Fare un orto a scuola. Un orto ha bisogno del rispetto dei tempi: questa attività sviluppa nei bambini l’attenzione verso i ritmi naturali. E' un'esperienza vera di lentezza. L’esperienza dell’orto ha a che vedere con il "prendersi cura", coltivare la terra assecondando i suoi ritmi, può aiutare a trovare un equilibrio. Non a caso si pratica anche l'ortoterapia. È una esperienza senza vincoli, che possiamo fare alla Scuola Materna e alle superiori.

Ho buttato un sasso nello stagno della fretta.